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08/25/2010 / di Patrizia Tocci

LA BASILICA DI COLLEMAGGIO ovvero il Sasso di Celestino

 

                                Il sasso di Celestino

 

E’ una montagna, una grande parete verticale di pietra rosa e bianca; innalza, all’improvviso il suo bastione, nella verde radura senza alberi. Proprio questo verde recente l’ha restituita alla sacralità del silenzio, alla perfezione della distanza; al pellegrino che deve compiere il lungo percorso interiore della strada sacra, solo passo dopo passo la chiesa svela la sua vera grandezza; soltanto lentamente la prospettiva svela il suo inganno e ci si rende conto della sua effettiva dimensione. Il gigante se ne sta spesso solo, avvolto nella luce del silenzio. Conserva qualcosa del carattere di Celestino: l’amore per l’eremo e per la solitudine; testimonia, dopo secoli, ancora un altro ordine fatto di vuoti, di assenze e di mancanze. Dal chiostro adiacente si respira la stessa essenzialità. Quando il sole tramonta, il rosa della basilica si rafforza, stinge e dilaga sul bianco; poi le ombre, nascoste già nel rosone si insinuano e catturano anche l’ultimo riflesso luminoso.

 E’ una chiesa amica della neve, la stessa che resiste in piena estate sulle cime o tra le pieghe del Gran Sasso; immersa come Celestino nelle lunghe e ampie solitudini, appena disturbata da ciò che avviene molto più in basso, dove tante ombre  corrono, fiocchi di neve  sospinti da chissà quale corrente, da quale legge.

PATRIZIA TOCCI

 TRATTO DA: PATRIZIA TOCCI, LA CITTA CHE VOLEVA VOLARE, ED. TABULA FATI, CHIETI SOLFANELLI 2010

 

                                Il sasso di Celestino

 

E’ una montagna, una grande parete verticale di pietra rosa e bianca; innalza, all’improvviso il suo bastione, nella verde radura senza alberi. Proprio questo verde recente l’ha restituita alla sacralità del silenzio, alla perfezione della distanza; al pellegrino che deve compiere il lungo percorso interiore della strada sacra, solo passo dopo passo la chiesa svela la sua vera grandezza; soltanto lentamente la prospettiva svela il suo inganno e ci si rende conto della sua effettiva dimensione. Il gigante se ne sta spesso solo, avvolto nella luce del silenzio. Conserva qualcosa del carattere di Celestino: l’amore per l’eremo e per la solitudine; testimonia, dopo secoli, ancora un altro ordine fatto di vuoti, di assenze e di mancanze. Dal chiostro adiacente si respira la stessa essenzialità.

Quando il sole tramonta, il rosa della basilica si rafforza, stinge e dilaga sul bianco; poi le ombre, nascoste già nel rosone si insinuano e catturano anche l’ultimo riflesso luminoso.

E’ una chiesa amica della neve, la stessa che resiste in piena estate sulle cime o tra le pieghe del Gran Sasso; immersa come Celestino nelle lunghe e ampie solitudini, appena disturbata da ciò che avviene molto più in basso, dove tante ombre  corrono, fiocchi di neve  sospinti da chissà quale corrente, da quale legge.

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